La città cambia, le fotografie restano
Una delle caratteristiche che più mi affascinano delle superfici che fotografo è che non sono mai veramente definitive.
Un muro può rimanere uguale per anni oppure cambiare completamente nel giro di pochi giorni. Una mano di vernice può coprire una superficie che avevo osservato per mesi, un manifesto può essere strappato lasciando soltanto alcuni frammenti, una crepa può allargarsi, l'umidità può modificare i colori e la luce può far emergere dettagli che prima passavano inosservati.
La città è in continuo cambiamento e molte delle immagini che trovo nascono proprio da questo processo.
Quando fotografo una superficie non sto quindi osservando qualcosa di immobile. Sto osservando un momento.
È questo che rende il mio modo di lavorare imprevedibile. Non posso decidere quale forma avrà un muro tra una settimana e non posso tornare indietro per recuperare una configurazione che è stata cancellata. Posso soltanto riconoscerla quando la incontro e decidere se vale la pena fermarla attraverso la fotografia.
A volte mi capita di tornare in un luogo dopo aver fotografato una superficie che mi aveva colpito e di trovarla completamente diversa. In alcuni casi non esiste più. È stata coperta, modificata o semplicemente consumata dal tempo.
Quella fotografia allora acquista un significato ulteriore. Non perché documenti un luogo o racconti una storia particolare, ma perché conserva qualcosa che apparteneva alla città e che ormai non è più possibile vedere nello stesso modo.
È una delle ragioni per cui mi interessa fotografare ciò che normalmente consideriamo imperfetto o provvisorio. Una superficie rovinata non è necessariamente qualcosa da nascondere. Può contenere una combinazione di colori, segni e forme che non sarebbe possibile progettare intenzionalmente.
Il tempo, in qualche modo, lavora al posto mio.
Strato dopo strato, la città modifica le proprie superfici. Aggiunge, cancella, sovrappone, deteriora. Io intervengo soltanto in un punto preciso di questo processo, quando quella trasformazione produce qualcosa che riesco a riconoscere come immagine.
Per questo non considero la fotografia soltanto come un modo per fermare un momento. Nel mio lavoro è anche il modo per rendere permanente qualcosa che, per sua natura, permanente non è.
La fotografia può sopravvivere al muro, alla vernice, al manifesto e alla crepa che l'ha generata.
Ma c'è anche un altro aspetto che mi interessa.
Quando una superficie viene fotografata e privata del suo contesto, smette di appartenere soltanto alla città. Può essere guardata senza sapere dove è stata trovata, quando è esistita o cosa fosse in origine. Rimane una composizione fatta di materia, colore, segni e forme.
Il tempo che ha costruito quella superficie diventa così parte dell'immagine, anche se non è immediatamente visibile.
Forse è questo il paradosso che mi affascina di più: fotografo qualcosa che nasce dal cambiamento per sottrarlo, almeno in parte, al cambiamento stesso.
La città continuerà a trasformarsi. I muri verranno ridipinti, consumati, demoliti e ricoperti. Nuove superfici prenderanno il posto di quelle vecchie e nuove forme compariranno dove oggi non c'è ancora nulla da vedere.
Io continuerò a camminare e a guardare.
Perché ciò che oggi sembra soltanto un muro potrebbe essere già, senza che nessuno se ne accorga, un'immagine che domani non esisterà più.
Continua a guardare
Se questo modo di osservare la realtà ti ha incuriosito, ti invito a scoprire le opere di Visione Astratta e a lasciarti guidare dalle forme, dai colori e dalle superfici che ho incontrato lungo il mio percorso.
Ogni fotografia nasce da un frammento reale, ma una volta isolato e trasformato attraverso lo sguardo può diventare qualcosa di completamente diverso. Scopri le opere di Visione Astratta e guarda la città attraverso un'altra prospettiva.
Se invece vuoi conoscere meglio il progetto, scegliere un'opera per il tuo spazio o semplicemente farmi una domanda, contattami. Sarò felice di raccontarti qualcosa in più sul mio lavoro.