Non cerco fotografie. Cerco quello che gli altri non vedono
Non cerco fotografie. Cerco quello che gli altri non vedono
Quando esco a fotografare non ho quasi mai in mente un soggetto preciso. Non cerco un luogo particolare e nemmeno qualcosa che, a prima vista, possa essere considerato bello o interessante. Cammino e guardo.
Ma guardare non è ancora osservare.
Nella vita quotidiana attraversiamo continuamente strade, piazze e palazzi senza prestare davvero attenzione a ciò che ci circonda. Vediamo un muro e riconosciamo un muro, vediamo una porta, una finestra, una recinzione. Il nostro cervello identifica rapidamente ciò che abbiamo davanti e gli assegna una funzione, permettendoci di andare oltre.
Quando fotografo, invece, cerco di fare il percorso inverso.
Mi interessa quello che rimane quando smetto di chiedermi che cosa sia una cosa e comincio a chiedermi che cosa posso vedere dentro di essa.
È così che una parete può smettere di essere una parete. Una crepa non è più soltanto un segno del deterioramento, una macchia non è semplicemente sporco, uno strato di vernice consumato dal tempo può diventare una superficie fatta di forme, colori e materia. Anche un manifesto strappato, una traccia lasciata da qualcuno o una sovrapposizione casuale di elementi possono assumere un significato completamente diverso quando vengono osservati al di fuori del loro contesto.
È proprio questo che cerco quando cammino per la città.
Non cerco fotografie già pronte. Cerco qualcosa che possa diventarlo
A volte è una forma che riconosco immediatamente, altre volte è soltanto una combinazione di colori o una superficie che mi costringe a fermarmi. Posso passare davanti a un muro decine di volte senza notare nulla e poi, in una determinata giornata, vedere qualcosa che prima non c'era, o che semplicemente non ero ancora riuscita a vedere.
La luce cambia, cambiano i colori, cambiano le superfici e cambia anche il mio sguardo.
Quando qualcosa cattura la mia attenzione, comincio ad avvicinarmi. Attraverso il mirino provo a isolare una porzione sempre più piccola della realtà, eliminando tutto ciò che potrebbe ricondurre immediatamente all'oggetto originale.
È un passaggio importante, perché è proprio l'inquadratura a permettere alla superficie di liberarsi dalla sua funzione.
Non mi interessa più fotografare un muro. Mi interessa fotografare ciò che quel muro contiene.
Una forma può ricordarmi un paesaggio, un'altra una figura, un'altra ancora qualcosa che non riesco a identificare. Non cerco necessariamente di dare un nome a quello che vedo. Anzi, spesso preferisco che rimanga aperto, perché è proprio l'assenza di un riferimento preciso a permettere all'immagine di diventare altro.
In quel momento la fotografia diventa un incontro tra ciò che esiste realmente e ciò che il mio sguardo riesce a riconoscere. La parte più interessante, però, è che molte delle immagini che trovo non sono state create intenzionalmente da nessuno.
La città le costruisce da sola
Il tempo sovrappone strati di pittura, l'umidità modifica una superficie, il sole scolora un colore, la pioggia lascia tracce, qualcuno copre un manifesto e qualcun altro lo strappa. Una parete viene ridipinta, una parte dell'intonaco si stacca, una nuova traccia compare accanto a una più vecchia.
Sono processi casuali e imprevedibili che producono continuamente nuove combinazioni. Io posso soltanto accorgermene.
Ed è anche per questo che non posso semplicemente decidere in anticipo che cosa andrò a fotografare. Posso uscire con la macchina fotografica, ma non posso sapere quale immagine incontrerò. Devo essere disponibile a riconoscerla quando compare.
Questo richiede tempo e attenzione. Significa rallentare, osservare una superficie più a lungo di quanto sarebbe normalmente necessario, cambiare punto di vista, avvicinarsi, allontanarsi e guardare di nuovo. A volte significa anche tornare nello stesso luogo in momenti diversi e scoprire che ciò che avevo visto prima è cambiato.
La città non è mai completamente ferma. E forse è proprio questo che rende interessante fotografarla in questo modo. Quello che oggi vedo su una parete potrebbe non esserci più domani. Potrebbe essere coperto da una nuova mano di vernice, cancellato, modificato dal tempo o semplicemente trasformato da una diversa condizione di luce.
La fotografia interviene in quel momento preciso e lo conserva. Non conserva necessariamente il luogo, né racconta dove mi trovavo. Conserva una configurazione della materia che esisteva in quel preciso istante e che forse non tornerà mai più.
Per questo il mio lavoro comincia prima dello scatto, nel momento in cui scelgo di guardare con maggiore attenzione ciò che normalmente passa inosservato.
La macchina fotografica arriva dopo
Prima c'è il cammino, poi l'osservazione, quindi la scoperta di una forma. Infine c'è l'inquadratura, che elimina il superfluo e permette a quel frammento di realtà di diventare un'immagine autonoma.
È un processo semplice, ma ogni volta diverso, perché non so mai che cosa troverò.
So soltanto che, continuando a guardare, prima o poi qualcosa attirerà la mia attenzione. E in quel momento un muro potrà diventare un paesaggio, una macchia potrà diventare una forma e un dettaglio che tutti hanno visto senza guardarlo potrà finalmente diventare una fotografia.
E voi, quanto tempo dedicate all'osservazione del mondo che vi circonda?
La prossima volta che passeggiate per la città, provate a fermarvi davanti a una parete o a un dettaglio trascurato e chiedetevi quali forme vi si nascondono. Vi invito a esplorare la galleria delle Serie fotografiche per scoprire quali mondi sono nati imparando ad osservare l'invisibile.